16 Febbraio 2015

La prima volta che ho perso un cliente

La prima volta che ho perso un cliente è successo all’inizio di dicembre, un po’ più di tre mesi fa.

Era un cliente che non avrei dovuto prendere, e basta. Avrei dovuto fidarmi del mio istinto – che funziona e io non gli do mai retta abbastanza – ma non l’ho fatto perché in quel periodo mi ero convinto di avere un gran bisogno di soldi, e un cliente in più faceva comodo. Allora non ho dato retta al mio istinto pur sapendo che sarebbe andato tutto a rotoli: e infatti è andata così, è andato tutto a rotoli, e quel cliente l’ho perso, per la prima volta.

Quel cliente l’ho perso prima di tutto perché io per lui non avevo tempo. Avevo già detto di sì a troppe altre cose, e già passavo le sere e le domeniche a lavorare – e non volevo, ma dovevo – e mi svegliavo prestissimo col fiato corto per l’ansia di non riuscire a stare dietro a tutto, e semplicemente tempo e spazio per un’altra cosa ancora non ce n’era più. Ma soprattutto non c’era spazio e tempo per avere cura di lui, per dedicargli attenzione, per fermarsi a pensare e a ragionare, per fare le cose per bene, con amore – perché se ci fossero stati, il tempo e lo spazio, mi sarei accorto subito che quel cliente non era da prendere: era da essere seri e sereni, e dire di no, grazie.

Era da dire di no anche perché io e lui non eravamo fatti l’uno per l’altro, e basta. C’erano troppe cose a separarci, e troppo poco terreno comune, troppi pochi riferimenti condivisi, troppa poca intesa, e poca fiducia reciproca.

Come si fa a lavorare insieme se non ci si fida l’uno dell’altro? Se si è tesi e sospettosi e pronti a scattare e a difendersi oppure ad attaccare? Adesso lo so, non si può. E come si fa a rinunciare a un cliente se non c’è un datore di lavoro a darti uno stipendio a fine mese, ma il tuo datore di lavoro sei tu? Adesso lo so, ci si spiega con chiarezza e sincerità, e si passa ad altro. E come si fa a licenziare un cliente, quando ti accorgi che le cose non vanno e non possono andare, e l’unica cosa da fare è smettere? Questo ancora non lo so, perché è stato il cliente a licenziare me, ed è stata la cosa migliore che potesse capitare.

Dopo, subito mi sono sentito meglio: più leggero, un po’ dispiaciuto ma molto sollevato. Poi però ho iniziato a sentirmi peggio. Io faccio molta fatica ad accettare gli errori, figuriamoci i fallimenti: ma nonostante tutto avevo fallito. Mi ero comportato male. Avevo fatto perdere tempo a qualcuno. Gli avevo fatto provare la peggiore esperienza possibile.

Ho iniziato a chiedermi se fossi ancora in grado di fare il mio lavoro. Se avessi ancora il diritto di parlare e scrivere pubblicamente di come faccio le cose, e soprattutto di come le cose andrebbero fatte, dopo che io per primo non ero stato in grado di tenere fede alle mie parole e alle mie idee. Mi sono accorto di quanto è facile fare le cose male: e per quanto uno non lo voglia, per quante spiegazioni, ragioni e giustificazioni ci siano, il danno è fatto e le scuse servono a poco – a volte nemmeno a rassicurare se stessi.

Poi è venuto anche del buono. Ho deciso di fidarmi di più del mio istinto. Di non lavorare mai su più di due progetti per volta – perché sono solo io, e il tempo e le energie che ho sono quelle, ed è l’unico modo che ho per fare le cose per bene, e poi ci sono anche altre cose, oltre al lavoro. E di lavorare solo con persone di cui sento di potermi fidare. Di non avere paura di restare senza clienti, a fare così. Di dire no, se è il caso di dire no, senza avere paura. Di provare a lasciare indietro gli errori, e andare avanti.

Non è ancora passata, ma va meglio.

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