18 Settembre 2015

Progettare il cambiamento

Quando lavoravo in casa editrice facevo parte del cambiamento.

Era il 2010, ero entrato con un biglietto con sopra scritto Web Marketing, dopo mezza giornata mi hanno messo a fare gli ebook. Non a fare fare, ma insomma: riempivo fogli excel di dati, li salvavo in csv, li convertivo in xml, li caricavo su una piattaforma. Imparavo le tecnologie, i meccanismi di distribuzione. Imparavo a memoria il catalogo.

Imparavo – con discreto sgomento – di essere uno dei sabotatori. Ero lì insieme a un paio d’altri col compito di lavorare a un progetto che – in caso di successo – avrebbe sabotato le fondamenta di un mercato che aveva funzionato e si era sostenuto sostanzialmente immutato per almeno sessant’anni.

Ovviamente era fichissimo. Penso di non essermi mai annoiato un giorno. C’erano semprecose nuove da imparare, discussioni appassionate da fare, weekend da lavorare per lanciare qualcosa, disastri da sistemare all’ultimo momento, convegni a cui andare e futuro di cui parlare. Poi è finita com’è finita – in Amazon e in noia, nel disinteresse generale – ma i due anni tra il 2010 e il 2012 sono stati una corsa a perdifiato, velocissimi e eccitanti.

Cinque anni dopo di lavoro faccio siti internet e sento di non essere più parte di alcun cambiamento.

Non che sia successo qualcosa, e in generale le cose vanno bene – non solo per me, ma per tutto il mercato: c’è più domanda che offerta, è un lavoro di cui molti hanno bisogno e che tutti capiscono: «faccio siti internet» lo capiscono tutti, e annuiscono, e alcuni ti dicono anche: «ormai siete diventati indispensabili».

Però forse le cose vanno troppo bene: ci sono piccoli segnali in giro e nell’aria, e lavorare nell’editoria – un’industria che ha dato se stessa per scontata così a lungo da fabbricare la sua stessa insignificanza – mi ha insegnato a stare all’erta e a cogliere i segnali: per non subire il cambiamento, ma anticiparlo e progettarlo. Trasformarlo da sciagura a intenzione.

E a proposito di piccoli segnali: The Grid è un progetto per insegnare a un’intelligenza artificiale a progettare siti internet. La scorsa estate si è parlato molto intorno a Why Web Design is Dead. È un articolo che se fai il Web Designer e lo leggi ti fa incazzare, ma dentro ci sono molte cose vere, tra cui: i pattern che si usano per costruire siti internet sono maturi, nel tempo sono stati sperimentati in lungo e in largo; e di conseguenza: All Websites Look The Same – tranne questo, ovviamente. E poi: Medium ci risparmia la fatica di reinventare continuamente il blog, io passo sempre più tempo dentro le app e fuori dal web, ci sono molti più giovani e bravi di me che crescono e imparano in questo contesto: e sono più adatti, bravi e preparati.

E quindi? Quindi non resterò senza lavoro domani. Il mio lavoro non diventerà irrilevantedomani. Ma sento che lo sarà prima di quanto mi sia comodo pensare – e poi mi annoio in fretta, e ogni scusa è buona. Allora ho deciso di iniziare oggi a progettare il cambiamento – la mia irrilevanza futura, e di partire da questa domanda: che cosa c’è che so fare e mi piace fare che continua a essere utile a prescindere dalla tecnologia?

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