3 Ottobre 2016

Come impariamo?

Una cosa a cui penso spesso ultimamente è a come impariamo quello che impariamo, e perché.

Ci penso spesso perché imparare è una parte molto importante del mio lavoro. Come imparo io per tenermi aggiornato? Come imparo a lavorare meglio per me? Come imparo a lavorare meglio per i miei clienti Allora a forza di pensare, secondo me imparare significa queste quattro cose qui.

Ritmo

Imparare, come la musica, non è una tirata, ma una cosa fatta di momenti in cui succede qualcosa, e poi di pause e di silenzi. Imparare, come la musica, è un ritmo. Ti ci metti un po’, poi molli, poi riprendi un giorno o due dopo con la mente più fresca e le idee più chiare, poi molli di nuovo, poi riprendi e ripeti da capo.

L’ho capito quando a un certo punto ho deciso di smettere di tenere corsi in classe. Per un po’ ho tenuto corsi di Web Design e di WordPress, poi ho smesso anche perché mi sono accorto che succedeva una cosa paradossale: il numero di cose che loro riuscivano a imparare era inversamente proporzionale al tempo passato in classe.

Perché la materia era vasta e fatta a sua volta di altre materie molto vaste, e per molti la curva di apprendimento era troppo ripida. Per affrontarla ci sarebbe stato bisogno di ritmo: di molti mesi di pratica costante e ripetuta, qualche ora al giorno tutti i giorni, e di poter fare domande e avere risposte ogni volta in cui ce ne fosse stato bisogno Invece noi avevamo sedici ore in un fine settimana. Quindi finivamo per fare non solo una tirata, ma una tirata in salita, e i miei studenti non sempre avevano le forze per farcela da soli. Allora dovevo tornare a prenderli e portarmeli a spalle fino in cima, ma loro comunque finivano con in testa più confusione che chiarezza.

Poi ho anche pensato a come avevo imparato – e stavo ancora imparando – io: in molti anni di lavoro quotidiano, ricerche, domande e risposte, pratica, esercizio, dedizione, sconforto, disperazione, lavoro mollato per uscire con la testa troppo piena e risposte trovate di colpo, attraversando la strada oppure facendo la doccia, oppure dormendo. Un ritmo strano e un po’ scombinato, molto poliritmico e poco quadrato. Un gran casino.

Poi l’altro giorno ero in palestra e l’istruttore mi ha detto: il riposo è il doping migliore. Hai visto? Ritmo, di nuovo.

Pratica

Mentre eravamo in vacanza mi è venuta una gran voglia di mettere su delle mensole. È una cosa che mi succede spesso quando sono molto stanco, di aver voglia di fare lavori manuali. Quest’anno è successo che il riposo ha portato dall’idea all’azione, e al ritorno abbiamo deciso di metterle su davvero, in una parete in cucina che ne aveva bisogno.

Negli anni ho messo su un qualche mensola: cose facili dell’Ikea, oppure preforate con le istruzioni, ma questa era una parete di mensole da progettare da zero. Quante ne mettiamo? Di che materiale? Quanto peso devono poter reggere? Quanto distano tra di loro? Che tasselli uso? Mettiamo prima le mensole o prima ridiamo il colore alla parete?

Non avevo mai fatto una cosa del genere, e avevo una gran voglia di imparare a farla. Enrica mi ha fatto vedere come progettarla in scala usando un foglio, un metro e un righello. Le mensole le abbiamo fatte tagliare su misura, e ne abbiamo presa una di troppo. Ho sbagliato a comprare i reggimensola e li ho resi e ricomprati. Ho provato a metterli su ma non avevo il cacciavite giusto e ho mollato tutto per uscire a comprarlo. Un paio di volte ho forato il muro da parte a parte – è un tramezzo, i reggimensola tengono 100kg e hanno tasselli da 12 – e l’abbiamo stuccato. Ho avuto paura di non farcela, poi ho cercato il mio metodo e a forza di tentativi ed errori l’ho trovato. Ho fatto e ho imparato, e alla fine ero felice e soddisfatto.

Così come ho imparato a mettere su una parete di mensole ho imparato a fare il mio lavoro: facendolo, con qualche fondamento teorico e molti tentativi ed errori, studiando non per il gusto di studiare ma per applicare poi in pratica, smontando tutto e ripartendo da zero. Avendo molta paura di non farcela e uscendo molto dalla mia comfort zone, e poi facendocela sempre.

Ho imparato con la pratica, io che ho sempre pensato di non essere una persona pratica. Come quella volta che ho preso in mano un basso e senza sapere cosa stessi facendo ho iniziato a suonare.

Ripetizione

Mettermi a scrivere un post o una newsletter per me significa attenermi a un preciso rituale. Prima di tutto devo iniziare a scrivere di mattina, quando ho la mente fresca e sono riposato. Deve essere la prima cosa che faccio, altrimenti non riesco a concentrarmi e non combino niente. Poi devo raggiungere uno stato di semi-privazione sensoriale. Metto le cuffie e faccio partire la musica, se posso chiudo un po’ gli scuri e non voglio per nessuna ragione al mondo essere disturbato. Poi inizio a scrivere e impiego ore a finire: tra le due e le quattro.

Enrica invece se deve scrivere un post o una newsletter prende il computer e si mette a scrivere. In qualsiasi momento della giornata, a volte anche di sera poco prima di cena, senza particolari problemi. Si mette lì e scrive, e poi finisce – di solito abbastanza in fretta, e di sicuro in meno tempo di me.

La differenza tra noi due è la ripetizione. Lei è abituata a scrivere molto perché lo fa molto spesso, e più lo fa e più impara a farlo meglio, e più lo fa diventa brava. Impara a concentrarsi più in fretta e a tenere il filo della sua concentrazione, a dire direttamente quello che pensa, a concentrarsi sul messaggio forte che vuole far passare, a tralasciare tutto quello che non conta e a mirare al risultato. Io scrivo molto meno spesso, faccio più fatica, ho paura di dire cose sbagliate, torno mille volte su quello che scrivo, devo smontare e rimontare le frasi per far filare i ragionamenti – che prima di essere sullo schermo sono sulla mia mente, e sono meno chiari dei suoi: di nuovo, è una questione di ripetizione.

Il valore della ripetizione è anche la cosa più difficile da far capire ai nostri clienti di Un Nuovo Inizio: che non c’è un segreto dietro le cose che funzionano, ma solo un buon piano alle spalle e poi metterlo in pratica un giorno dopo l’altro. Senza fermarsi e senza ogni volta rimettere tutto in discussione, dando tempo ai risultati di arrivare. Anche se si pensa di non essere capaci, o non si ha tanta voglia, o si ha paura di sbagliare.

Selezione

Ti è mai capitato di pensare di aver troppe cose da imparare? A me sì, e la primavera scorsa questa cosa è diventata insopportabile. Ho impiegato anni a scegliere con cura le fonti che uso per aggiornarmi sul lavoro, ma a un certo punto la sola idea di mettermi a leggere qualcosa è diventata intollerabile.

C’erano semplicemente troppe informazioni, troppo granulari e dettagliate e in troppe direzioni, titoli di post simili a paper accademici e la sensazione che tutti avessero cose fondamentali da dire e io assolutamente poco tempo per stare dietro a tutto.

E in effetti avevo pochissimo tempo per stare dietro a tutto – e probabilmente anche poca voglia. Allora ho deciso di fare selezione. Da un lato ho ridotto il numero di fonti e tenuto solo quelle che nel corso degli anni hanno dimostrato di darmi davvero informazioni di valore. Dall’altro ho cambiato prospettiva: ho lasciato perdere quello che è utile a loro – alle mie fonti: che spesso sono magazine online che pubblicano molti articoli per modello di business – e iniziato a tenere in considerazione solo quello che serve a me. Invece di chiedermi «che cosa devo sapere perché lo sanno tutti?» ho iniziato a chiedermi «che cosa cosa ho bisogno di sapere?». E invece di saperle e poi metterle in pratica ho fatto il contrario: ho deciso di saperle solo se mi trovo a doverle mettere in pratica.

Magari è una scelta miope – magari mi troverò fuori dal mercato per aver ignorato l’ultimo tutorial su React – ma è una scelta pragmatica: imparo quello di cui ho bisogno perché il mio lavoro sia migliore, e al resto dò poca attenzione e solo ogni tanto. Abbastanza per accorgermi di qualcosa di notevole che arriva, ma non così tanta da distrarmi e portarmi fuori strada.

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