10 Febbraio 2017

Siamo stati fortunati?

1.

Finito il liceo ho fatto il test di ingresso per entrare a Scienze della Comunicazione. L’ho superato e ho iniziato a frequentare. Era l’autunno del 2001, avevo 19 anni, leggevo molto, ascoltavo musica, suonavo, dicevo in giro di voler fare il giornalista, da grande, e avevo capito che Scienze della Comunicazione era la facoltà a cui uno doveva iscriversi se voleva fare il giornalista, dopo.

A differenza di quasi tutti gli altri corsi di laurea delle facoltà umanistiche Scienze della Comunicazione aveva un curriculum relativamente fisso e organizzato. In classe eravamo 200 – gli ammessi dopo il test di ingresso – e la successione dei corsi da seguire – e quindi degli esami da dare – ogni semestre era definita a priori e con un certo anticipo. Quando è toccata a me il primo corso era Economia politica, il secondo Informatica generale, il terzo Teorie e tecniche della comunicazione di massa.

Un pomeriggio a lezione la docente di Teorie e tecniche della comunicazione di massa parlava di come avremmo dovuto imparare a mettere al centro i desideri e le esigenze del pubblico. Io ho alzato la testa dal Dylan Dog usato che stavo leggendo e ho deciso – indignato – che lì non ci sarei stato un minuto di più: io volevo fare cultura, non seguire le esigenze del pubblico.

Ho mollato Scienze della comunicazione e mi sono trasferito a Lingue e letterature straniere, senza sapere perché. Ho scelto le lingue con gran fatica – prima Russo e Inglese, poi Russo e Francese, poi Russo e Serbo Croato – senza amarle davvero e senza sapere perché. Non le ho mai imparate davvero bene e al terzo anno ho dato una tesi in letterature comparate tenendo il Russo – che era la mia prima lingua – il più possibile a distanza.

Mi sono iscritto alla laurea specialistica contro voglia e senza sapere perché. Ho perso molto tempo facendo qualsiasi cosa che non fosse preparare e sostenere gli esami. Mi sono laureato con un anno e mezzo di ritardo con una tesi in studi culturali sulla biopolitica della repressione stalinista. Una volta fuori dall’università ho iniziato a cercare lavoro: tutti gli annunci che mi interessavano erano per laureati in Scienze della comunicazione.

2.

Sono stato sfortunato? No, me la sono andata a cercare. Ho trascorso anni – anni: dal 2001 al 2008, la maggior parte dei miei venti – facendo scelte sbagliate, casuali, annoiate, impulsive. Nella maggior parte dei casi non avevo un piano, e quando ce l’avevo smettevo quasi subito di seguirlo. Nella maggior parte dei casi lasciavo che fossero i desideri a guidare le mie decisioni – comunque aspettando invano che fosse qualcun altro a realizzarli al posto mio, e limitandomi a sperare che alla fine sarebbe andato tutto bene.

Finita l’università non avevo idea di niente: di cosa volessi fare, di cosa potessi fare, di cosa significasse lavorare, di come fosse fatto il mondo e il mercato del lavoro, di quali lavori esistessero e – nel caso – di come fare a prenderseli. Per un anno e mezzo ho fatto decine di colloqui: e non mi prendevano mai. Perché c’era sempre qualcuno più qualificato o preparato di me – com’era giusto che fosse – e perché sul mio curriculum c’erano i 7 anni impiegati a finire l’università e poco più. «Cos’ha fatto oltre a studiare in tutto questo tempo?».

Sono stato sfortunato? No, sono stato scemo, ed ero ancora più scemo ad aspettarmi – come in effetti mi aspettavo, pretendendolo a volte anche rumorosamente – che le cose potessero andare diversamente.

3.

Nel 2010 sono andato a vivere e a studiare a Milano – un Master in editoria. Sono stato quasi due anni in un grosso gruppo editoriale, poi mi sono licenziato per andare a lavorare in una minuscola startup. Poi il progetto è fallito e sono diventato freelance, che lo volessi oppure no. Perché lavoro da dipendente lì per lì non ce n’era e non c’era neanche modo di non lavorare e aspettare che qualcuno mi assumesse. E comunque: in un certo senso non aspettavo altro.

A marzo compio 4 anni da freelance, e non ho mai seriamente pensato di tornare indietro. In questi quattro ho sempre avuto clienti che non hanno mai avuto problemi a firmare un contratto, a saldare gli anticipi – ora sono al 50% –  e i saldi nei tempi stabiliti. Non ho dovuto rincorrere i miei clienti con avvocati e lettere di sollecito, non ho mai lavorato gratis o per meno soldi di quelli pattuiti. Nessuno ha mai cercato di fregarmi, né ha mai chiesto di «fare una partnership» o di lavorare in amicizia.

Non è stato semplice. È stato incredibilmente complesso, e a volte complicato, duro, faticoso e difficile. Col tempo sono riuscito a costruire una professione che funziona, che mi piace e gratifica, che non mi annoia e che mi dà una serenità economica maggiore di quella che avevano i miei genitori alla mia stessa età.

Quando sento dire in giro che «noi siamo la prima generazione che sta peggio di quella che l’ha preceduta» io non so letteralmente di cosa si stia parlando. Quando qualcuno mi chiede se sono – o mi sento – precario non so di cosa stia parlando. Quando qualcuno mi dice che sono fortunato invece mi incazzo a morte.

4.

Sono stato fortunato? No, sono stato il più possibile concentrato, attento e metodico – per quanto sono riuscito e al massimo delle mie possibilità. Ho protetto il mio lavoro e il mio reddito, ho scelto i clienti, rifiutato quelli che non facevano al caso mio, cercato di tenere la testa alta, leggere i cambiamenti, prevederli e gestirli. Ho cercato di avere il controllo degli eventi invece di subirli, di capire le conseguenze di una decisione prima di prenderla, di fare un piano e seguirlo. Ci sono riuscito sempre? No, e in generale ho fatto un buon numero di errori. Ma ci sono riuscito spesso abbastanza, ed è bastato.

Per questo quando qualcuno dice – mi dice – sei stato fortunato mi incazzo a morte. Perché non è stata fortuna, non è stato un caso o un accidente, non è stato qualcosa che è capitato senza essere cercato o voluto: è stata un’intenzione, un desiderio realizzato con l’impegno e il lavoro. Facendosi carico delle proprie responsabilità – delle proprie azioni, dei propri successi e dei propri fallimenti – invece di cercare di scaricarle su qualcun altro – o sulla sfortuna.

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