16 Febbraio 2018

L’unico modo di fare qualcosa è farlo e basta

Allora, una cosa che succede abbastanza spesso quando Enrica e io spieghiamo che di lavoro facciamo Guido e che da quest’anno facciamo solo Guido e nient’altro è che ci venga chiesto: ma ci vivete?

Però non è di questo che voglio parlare

Credo che questa sia una domanda davvero incredibile, letteralmente the gift that keeps on giving per la sua notevole complessità e le sue molte sfaccettature, per tutta la roba – psicologica? sociologica? antropologica? – che si porta dentro e dietro.

Ad esempio contempla la possibilità – per me sempre molto bizzarra – che si possa avere un lavoro e non viverci, e insinua in modo più o meno indiretto che in realtà si viva grazie a qualcosa o qualcun altro: uno o più parenti benestanti e generosi, eredità ricevute, affitti da riscuotere, assegni per falsi invalidi e così via.

Data la frequenza della domanda questa dev’essere anche una condizione piuttosto diffusa. Ma non solo: in un certo senso una condizione sia accettata che – soprattutto – attesa. Figurati se ci vivi: fai la messinscena ma poi ti fai mantenere come tutti, giusto? Giusto? Nope.

Un’attesa – direi quasi una speranza – cui sottende una violenza nemmeno troppo sottile. Se facciamo tutti finta nessuno è tenuto a viverci. Se non ci vivi tu non devo viverci nemmeno io. Quindi è meglio se tu non ci vivi: sennò va a finire che prima o poi sarò costretto a viverci anche io.

Potrei andare avanti, ma non è di questo che voglio parlare. Cioè: volevo parlarne un pochino, quanto basta per levarmi un paio di sassolini e poi basta. Quindi passiamo a cose più utili, costruttive e interessanti.

Invece è di questo che voglio parlare

Dicevamo: Enrica e io facciamo Guido, da quest’anno facciamo soltanto Guido e nient’altro. Dall’anno scorso Guido fa più o meno il 70% del nostro fatturato. Quindi sì: ci viviamo, direi anche qualcosa in più. Come è successa questa cosa?

Per vivere di Guido e farlo diventare il nostro unico lavoro Enrica e io abbiamo dovuto lasciare la vita comoda e relativamente tranquilla del consulente freelance – una cosa che non avrei mai pensato di scrivere – e diventare qualcos’altro. Che cosa? Imprenditori no, startupper lo dici a tua sorella. Sostanzialmente abbiamo un ecommerce: quindi diciamo che siamo diventati dei commercianti. Perché abbiamo dovuto fare questa cosa qui? Perché l’unico modo per fare qualcosa è farlo e basta.

Abbiamo lanciato Guido a giugno 2016 sottostimando completamente il riscontro che avrebbe avuto, e da lì in poi abbiamo indossato il nostro più bel costume da ragioniere preciso e prudente, imbracciato un pallottoliere e iniziato a raccontarci un fiume di balle.

«Io potrei prendere al massimo quattro siti l’anno e dedicare quindi a Guido due quinti circa del mio tempo. Tu invece potresti tenere il tuo corso in classe a cui magari affiancare qualche workshop e dedicare a Guido circa tre quinti del tuo tempo. Quando Guido dimostrerà di fatturare stabilmente quanto uno di noi due allora uno di noi due potrà dedicarsi solo a quello. Prima di fare entrambi solo quello full-time dovremo essere assolutamente sicuri che Guido fatturi abbastanza». Cosa dicevo? Un fiume di balle.

Finché non ci siamo messi a fare solo quello Guido andava avanti come poteva. A volte invece di andare avanti andava indietro. C’erano settimane entusiasmanti e settimane stagnanti, grandi exploit momentanei, tesissimi momenti di niente. Le discese ardite e le risalite, come diceva quello. A fare da zavorra erano l’incertezza e la paura. Ok, soprattutto la mia incertezza e la mia paura di mollare qualcosa che funzionava quasi senza sforzo – faccio un sito, mi faccio pagare, faccio un altro sito, mi faccio pagare – e di iniziare a fare qualcosa che forse avrebbe funzionato e comunque solo grazie a grandi sforzi. Si sappia: tra i due il vero cagasotto sono io.

Il 9 giugno dell’anno scorso abbiamo lanciato il nuovo sito. Tre giorni dopo siamo partiti per Berlino. Abbiamo festeggiato da lì il compleanno di Guido con una svendita. Il giorno prima della svendita camminavamo sulla Karl Marx Allee e io ho detto a Enrica: sarà un disastro, se facciamo dieci vendite è tanto. Enrica mi ha detto: sei scemo, secondo me ne facciamo ottanta. Ne abbiamo fatte centodieci. Quello è stato il momento in cui le cose sono cambiate. Il momento in cui – senza dircelo – abbiamo deciso che l’avremmo fatto e basta. Il momento in cui anche la mia paura e la mia incertezza si sono fatte da parte.

A fine luglio abbiamo preso un’ufficio e ci abbiamo messo dentro una sala pose per poter lavorare sfruttando al massimo il tempo a disposizione. Prima per scrivere, girare, montare e far uscire una raccolta di Guido servivano anche due settimane, adesso bastano tre giorni. In autunno abbiamo lanciato il nuovo sito di Enrica, costruito intorno a Guido, progettato per comunicarlo e venderlo. Abbiamo ridotto la nostra offerta a un solo prodotto: comunichiamo e vendiamo soltanto Guido. Io non faccio più siti, Enrica non fa più corsi o consulenze.

Ancora di più, abbiamo cambiato la natura del nostro lavoro. Siamo diventati una content company. Il nostro lavoro è fare i contenuti che stanno dentro Guido e i contenuti che servono a comunicarlo e a venderlo. Teniamo la tecnologia al livello più basso e semplice possibile ed è comunque completamente strumentale. I siti, le mailing list, le foto, i video, le dirette su Facebook e su Instagram sono mezzi rivolti a un fine: creare contenuti di qualità per i nostri iscritti, creare contenuti di qualità per trovare nuove persone che potrebbero volersi iscrivere.

Per ora i risultati stanno arrivando. Nei cinque giorni del black friday abbiamo aggiunto duecentoventi iscritti, a gennaio cinquanta, se febbraio continua così dovrebbero essere sessanta. Quello che sta funzionando ancora di più è quanto essere concentrati abbia portato creatività e rapidità. Abbiamo molte idee nuove, possiamo metterle in pratica, vedere se funzionano, decidere cosa fare, cambiare idea, provare altro. Le cose procedono rapide, iniziano a prendere un bel ritmo e a diventare abitudini. Lunedì scriviamo e giriamo il video che esce il giovedì sul canale YouTube e sul sito di Enrica insieme a un post di accompagnamento, martedì c’è la diretta su Facebook, venerdì questa newsletter e la diretta su Instagram di Enrica, domenica la newsletter di Guido con due consigli di marketing.

L’unico modo di fare qualcosa è farlo e basta

Questa cosa qui è quella che ho imparato. Se vuoi fare una cosa quella cosa lì devi farla e basta. Che non vuol dire che poi andrà bene per forza, chiaro.

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