9 Febbraio 2018

Fare il web designer freelance per me non è sostenibile

Sto lavorando a due siti. Sono gli ultimi che farò per dei clienti: almeno per un po’, nelle mie intenzioni per sempre. Fare il web designer freelance per me non è sostenibile. Ci ho messo due anni per saperlo, quattro per capirlo e decidere di provare a fare altro.

È una questione di tempo ÷ soldi

Quando ho iniziato – poco meno di cinque anni fa – ho preso subito due decisioni: voglio farmi pagare più degli altri, voglio lavorare solo con altri professionisti o piccole aziende. Decisioni prese d’istinto e di necessità. Primo: ero rimasto senza lavoro, non avevo niente da parte, avevo bisogno di guadagnare bene da subito. Secondo: mi piace vedere i risultati del mio lavoro, le grandi aziende tendono a perdersi in chiacchiere e riunioni: ci vediamo un attimo per fare il punto?

Questo è il contesto in cui ho deciso di lavorare. Per me è sempre stato assolutamente non negoziabile: ogni volta che ho provato a cambiarlo è andata male. Questo è anche il posizionamento che non ho potuto fare a meno di darmi: siti di qualità, curati e fatti a mano per freelance, professionisti e piccole aziende. L’intenzione era prendere relativamente pochi clienti a cui dedicare molto tempo, cura e attenzione. Clienti disposti a spendere di più in cambio di tempo, cura e attenzione.

Quanto di più? Il primo preventivo che ho fatto era di 1.200€, l’ultimo di 5.000€. 5.000€, ho scoperto, è più o meno il massimo che i miei potenziali clienti sono – giustamente, secondo me – disposti a spendere per un sito di qualità, fatto a mano con cura e attenzione e a cui dedicare molto tempo.

Quanto tempo? In condizioni ideali, lavorando tra le sei e le otto ore al giorno senza particolari distrazioni, interruzioni, intoppi o imprevisti e lavorando a due siti contemporaneamente tra i due e i tre mesi a sito. Lavorando undici mesi l’anno – altra condizione ideale – e facendo pagare ogni sito 5.000€ il fatturato stimato oscilla tra i 55.000€ e i 37.500€. Togliendo la metà che va in tasse e spese nel migliore dei casi fa 27.500€ all’anno, cioè quasi 2.300€ al mese, nel peggiore 18.750€ all’anno, cioè poco più di 1.500€ al mese.

È tanto? È poco? Dipende, ma il punto non è questo. Il punto è che questi sono calcoli fatti in condizioni ideali. Ma le condizioni ideali non esistono, e usarle per costruirci sopra il proprio modello di business è un ottimo modo per prendersi in giro da soli.

Le condizioni reali sono molto diverse. Ho quattro ore di concentrazione buona per dedicarmi alla cosa più importante da fare quel giorno più un altro paio per quelle meno impegnative, poi basta. Da quando è nata Cecilia il tempo è ancora meno: un giorno sì e uno no stacco alle 15:30 per andare a prenderla al nido. Gli imprevisti sono all’ordine del giorno: a gennaio lei è stata a casa malata due settimane, io le altre due. Non ho mai avuto una settimana intera da dedicare solo al lavoro.

Lavorare undici mesi l’anno è altrettanto irrealistico. Tre settimane vanno via tra dicembre e gennaio, altre due in primavera tra Pasqua e ponti, ad agosto non lavora nessuno. Dieci mesi l’anno sono una stima ottimistica, ma probabilmente siamo più vicini ai nove. Facciamo due conti veri? Il mio anno migliore da freelance, l’ultimo prima di aprire la società con Enrica e quello in cui ho tenuto i prezzi più alti ho fatturato circa 34.000€. Ero ancora nei minimi, quindi la pressione fiscale è un po’ più bassa: diciamo che dopo tasse e spese mi sono tenuto circa 20.000€, cioè circa 1.700€ al mese.

È tanto? È poco? Troppo spesso mi è sembrato che fosse poco rispetto al tempo, alla cura e all’attenzione spesi. Fatturo, mi pagano, conto quanto va in tasse e quanto resta, mi chiedo se ne valga la pena. E non è colpa né responsabilità di nessuno se non mia. È il posizionamento che ho scelto io, sono i prezzi che ho scelto io e il modello di business che ho scelto io. A posteriori la conclusione a cui sono arrivato adesso era senz’altro inevitabile.

È che non ne vedo la fine

Avrei potuto fare qualcosa per trarre più soddisfazione economica dal mio lavoro. Diventare una specie di agenzia, prendere clienti più grossi e collaboratori che facessero parte del lavoro al posto mio, lavorare come contractor direttamente con grandi aziende o con grosse società di consulenza, lavorare più ore, la sera e nei weekend. Cose che non mi piacciono né mi appartengono ma che mi avrebbero aiutato a guadagnare di più. Se non le ho fatte non è solo perché non mi piacciono e non mi appartengono, ma perché il punto non è questo: non è solo una questione di soddisfazione economica.

Il punto è che per me fare il web designer freelance non è sostenibile perché è un lavoro di cui non vedo la fine. È paradossale, ma per me è un lavoro sfinente perché è un lavoro che sta in piedi solo se va avanti uguale a se stesso all’infinito. Alla fine di ogni progetto l’unica cosa da fare per andare avanti è incassare, trovare un nuovo cliente e ricominciare da capo – cercando nel frattempo di fermarsi il meno possibile. Ogni minuto in cui non si lavora rimanda il momento in cui il lavoro sarà finito, e si verrà pagati – e si potrà finalmente ricominciare da capo. Ogni minuto in cui non c’è un nuovo cliente per cui lavorare èun minuto in cui i soldi non entrano, e basta.

C’entra la vita che ho e quella che voglio avere

Cinque anni dopo anche la decisione di smettere di fare siti e dedicare tutto il tempo e le energie a Guido è arrivata d’istinto e di necessità. Quando abbiamo deciso di mettere in piedi Guido Enrica era incinta di pochi mesi. Sapevamo che le nostre vite sarebbero cambiate, sapevamo che non avremmo più avuto il controllo del nostro tempo e sapevamo di aver bisogno di una fonte di reddito asimmetrica. Qualcosa che separasse il tempo lavorato dai soldi guadagnati, che facesse entrare soldi anche se in quel momento uno dei due non stava lavorando.

Adesso Cecilia ha poco più di un anno. Le nostre vite sono cambiate molto più di quanto avessimo previsto e non abbiamo assolutamente più il controllo del nostro tempo. Nel frattempo Guido ha fatto entrare soldi quando lavorare era impossibile. Quando Cecilia era appena nata, mentre Enrica era in maternità, quando si è ammalata lei e quando ci siamo ammalati noi, nelle settimane dell’inserimento al nido o quando eravamo semplicemente troppo sfiniti per lavorare tra le sei e le otto ore al giorno, undici mesi l’anno senza particolari distrazioni, interruzioni, intoppi o imprevisti.

Non è un lavoro più leggero. Il passive income non esiste e Guido va progettato, sviluppato, mantenuto, arricchito di contenuti e di funzionalità, comunicato, promosso e venduto. È un sacco di lavoro: ma è un lavoro meno rigido, più adatto all’imprevedibilità delle nostre giornate, più tollerante con i piani che saltano all’ultimo minuto. È un lavoro che si adatta alle nostre esigenze, non uno che ci impone di adattarsi alle sue. È un lavoro che rispetta la realtà delle nostre vite per come sono ora – poco tempo, molti imprevisti, molta stanchezza arretrata – non per come idealmente vorremmo che fossero. È un lavoro che in prospettiva – quando le cose diventeranno un po’ più tranquille e semplici – farà spazio più docilmente alla vita che voglio avere: una in cui alzare la testa e guardare oltre lo schermo.

Ti va di iscriverti alla mia newsletter?

La mando il venerdì: quando riesco, nel migliore dei casi una volta la settimana. Ti mando un articolo tipo questo che hai appena letto, però direttamente per posta. Se vuoi prima di iscriverti puoi leggere le meravigliose recenzioni oppure l'archivio delle ultime newsletter.

Se ti iscrivi accetti le cose sulla privacy.