23 Febbraio 2018

Lavorare col tempo, non contro

1.

C’è una foto di tre anni fa, un calendario dell’anno stampato su un foglio A4 appeso sopra la scrivania del nostro vecchio studio, gli impegni di lavoro da maggio a novembre segnati su post-it sottili di colori diversi. Due, massimo tre progetti al mese, dicembre libero per riposarsi. La foto è di metà luglio, il calendario è appeso con una molletta piccola di legno chiaro a una cornice verde acqua vuota dentro cui Enrica aveva teso una rete di spago per usarla come bacheca. Nella foto la luce è quella pulita e netta d’estate. Mentre la scattavo e la condividevo era per me l’immagine della calma, dell’organizzazione e della soddisfazione.

Invece l’estate e poi l’autunno e l’inverno del 2015 sono stati caotici e frustranti, e non c’è voluto molto perché quella foto diventasse l’immagine di una lotta sfinente. Quella tra il tempo che desideravo avere – ordinatamente organizzato, etichettato e archiviato, docile, flessibile, duttile e malleabile, liscio e uniforme, a mia disposizione completa e nella sua interezza composto di giornate produttive e di piena concentrazione – e il tempo che vissuto davvero – gibboso, pieno di inciampi, impicci e intralci, mutevole, compatto e cedevole, evanescente e viscoso, illeggibile, imprescrutabile, mai a mia disposizione e nella sua frammentarietà composto di molte giornate spezzate e interrotte, di rarissime giornate quiete e produttive.

2.

L’affanno per il tempo è arrivato per me quasi subito, insieme alla decisione di lavorare in proprio. La paura di non farcela ha fatto il resto e ho rapidamente messo insieme il consueto repertorio di errori che conosciamo bene. Ho detto di sì quando l’unica risposta era no, sopravvalutato le mie forze e sottovalutato l’impegno, rassicurato dando i numeri – rotondi, esatti, inteluttabili: un mese, due, una settimana, due: balle – dettato e deluso aspettative, rincorso le scadenze, rifiatato un secondo, ricomincato da capoancora più determinato ritrovandomi ogni volta un po’ più sfibrato, svuotato, esaurito. Quante volte? Contiamole: la volta del 2015 è quiquella del 2016 è qui ma inizia da qui, quella del 2017 soprattuto qui e qui.

L’affanno per il tempo è stato per me soprattutto autoinflitto. Molto più delle dovute e sempre comprese e accettate spiegazioni ai clienti mi sono logorato nella convinzione che il tempo vero, quello giusto, l’unico che fossi disposto e che meritavo di vivere fosse il tempo perfetto che desideravo, mentre il tempo che vivevo in realtà nella sua imprevedibilità e nella sua imperfezione fosse un inceppo, una noia, un inconveniente di cui liberarsi, una colpa da correggere, una mia colpa, un mio difetto, un mio errore a cui rimediare e di cui liberarsi – per tornare finalmente all’ordine naturale: del tempo e delle cose.

3.

Ognuno si salva come può. Non so ancora dire lucidamente come ho fatto a levarmi di dosso l’affanno per il tempo. Se provo a mettere insieme un po’ di inidizi il primo è la rassegnazione che è arrivata insieme alla consapevolezza.

Ho passato l’inverno e la primavera dell’anno scorso impegnato a combattere la mia incapacità di far fronte agli impegni nei tempi promessi. Ero appena diventato padre e nonostante tutto avevo programmato il lavoro come al solito, come se non fosse cambiato niente e niente fosse successo, nel mio tempo perfetto e desiderato di cui ormai nella realtà non restava traccia alcuna, nemmeno volendo. Ho accumulato per ogni impegno prima giorni, poi settimane e alla fine mesi di ritardo. Fino a quando ho esaurito le scuse da raccontare a me e agli altri, mi sono rassegnato, ho ammesso la sconfitta e per la prima volta dopo anni mi sono dato un po’ di tregua. I miei impegni poi li ho onorati quasi tutti: nel tempo che ci voleva e che avevo davvero, facendo del mio meglio e chiedendo scusa per il ritardo.

Ammettere la sconfitta e darmi finalmente tregua mi ha aiutato a recuperare un po’ per volta la percezione del tempo, a rimarginare la ferita tra il tempo perfetto che desideravo avere e il tempo che ho davvero, per quant’è e per quello che è. Un giorno dello scorso autunno discutevo con Enrica di una raccolta di Guido che era sempre lì lì per uscire e che invece continuava a slittare. Le ho detto: siamo in ritardo solo se continuiamo a dirci che siamo in ritardo. Stiamo facendo il lavoro che abbiamo da fare come ci piace farlo, impiegando il tempo che serve per farlo. Gli unici responsabili del nostro tempo e di come lo viviamo siamo noi. Finiremo quando avremo finito davvero e la raccolta uscirà quando potrà uscire, non quando ci siamo detti che sarebbe stato bello farla uscire. Riuscire a pensare e a dire una cosa del genere – a dirla, a esserne davvero convinto e poi a metterla in pratica – per me è stata una cosa grossa e davvero importante.

Da lì in poi le cose sono migliorate ancora un po’ per volta. Mi sforzo il più possibile di accettare gli imprevisti, anche quando mi impediscono di lavorare per un mese. Quando ne capitano tanti uno dietro l’altro mi innervosisco ancora – ma un po’ meno di prima, e per farmi innervosire ne servono molti più di prima. Ho smesso di considerare le giornate in cui esco dall’ufficio alle 15:30 per andare a prendere Cecilia un problema. Sono giornate in cui dedico meno tempo al lavorare e più tempo a lei, e sono felice di poterlo fare. È il tempo della mia vita ed è fatto così: non è la versione storta, frustrante e sbagliata di un tempo perfetto che non ho mai avuto né – per fortuna – avrò mai.

Un paio di settimane fa leggevo The Dispossessed di Ursula Le Guin. A un certo punto dice – e l’enfasi è mia: «The thing about working with time, instead of against it, he thought, is that it is not wasted. Even pain counts». La cosa migliore da fare mi sembra sia ripartire da qui.

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