2 Marzo 2018

Una cosa che non voglio più fare

Una delle prime cose di web design che ho scritto sul mio blog è una critica piuttosto feroce di quello che all’epoca era il nuovo sito dell’edizione italiana di Wired. L’ho scritta il giorno in cui il nuovo sito è stato messo online e pubblicata il giorno dopo.

Quel post è stato il mio primo exploit. Google Analytics dice che nella prima settimana è stato visto un po’ più di trecento volte con un tempo medio sulla pagina intorno ai quattro minuti: un’enormità per un blog sconosciuto come il mio. Molti lettori erano addetti ai lavori e chi è arrivato su quella pagina il post l’ha letto davvero. Di sicuro ha contribuito a togliermi dall’anonimato e a far girare il mio nome. Magari in qualche modo mi ha anche portato dei clienti, vai a sapere. Di sicuro mi ha fatto ottenere l’attenzione e l’approvazione di un po’ di persone: persone di cui io volevo l’attenzione e l’approvazione.

Oggi ripenso a quel post con una discreta dose di imbarazzo. Imbarazzo blandito solo in parte dalla comprensione che posso decidere di concedere al me stesso di cinque anni fa: freelance da nemmeno un anno, spaventato marcio e quindi ostentatamente pieno di certezze, bisognoso di fare un po’ di casino e di attirare l’attenzione. Imbarazzo perché a quel sito hanno lavorato decine di persone per mesi. Facendo del loro meglio e prendendo decisioni in contesti e per raggiungere obiettivi che non conoscevo né conosco. Mediando, negoziando, discutendo, arrabbiandosi. Trovando un compromesso e di sicuro a volte accettando decisioni che non condividevano. Presentando alla fine – come succede sempre, con i siti ma non solo – un lavoro incompleto e imperfetto. Non concluso, perché un sito non lo è mai. E quindi pronti a ricominciare il giorno dopo per migliorare, aggiustare, misurare i risultati, ripartire da capo.

Chiunque abbia progettato qualcosa conosce la misura delle aspettative, la quantità delle speranze e dei timori che accompagnano il momento del lancio. Chiunque mostri pubblicamente il frutto del lavoro sudato di mesi merita rispetto. Anche sostegno, ascolto e attenzione, se li si vuole dare. Sennò un po’ di sano silenzio non guasta. Ecco invece qual è stato il mio contributo di allora: il mio personale quaderno delle doglianze, l’enumerazione arbitraria e disinformata delle cose che non mi piacevano, di quelle che secondo me erano storte o sbagliate, buttata giù all’istante e servita calda perché tutti potessero essere d’accordo con me.

Mercoledì sera mentre tornavo a casa con questa newsletter lasciata a metà da finire ho letto una cosa che ha scritto Federico su Facebook che c’entra molto e secondo me risuona bene con quello che sto scrivendo io qui. Federico parla di un suo giudizio rapido, sommario e negativo sul nuovo manifesto del Salone del Libro di Torino, e a un certo punto scrive: «A me pare brutto e proverò ad argomentare, ma avrei dovuto farlo da subito o tacere. Quell’ahaha invece era solo, ora parmi, un desiderio di conferma e di riconoscimento fra pari, cosa alla quale Facebook ci porta furiosamente e alla quale è facile e dolce cedere». È Il post in cui si evidenzia l’inadeguatezza di un prodotto, un servizio, o un’attività: un format di successo a cui ho partecipato più volte e da cui ho deciso di provare a tirarmi fuori.

Vedo o sperimento qualcosa che non mi piace, produco subito una reazione sagace, sarcastica o ironica, rapida e tagliente oppure lunga, argomentata e approfondita: la sostanza non cambia. La condivido online, cerco e ottengo la conferma del riconoscimento e dell’approvazione dei miei pari. La ottengo e identificarsi è facile: ognuno può raccontare il suo aneddoto nei commenti. Tutti insieme ci diamo di gomito e ci diciamo: «han fatto questa cosa e hanno sbagliato, guarda ‘sti scemi. Dai, scuotiamo la testa complici e sconsolati e ridiamone insieme».

Può darsi che farlo serva a me: a migliorare la mia reputazione, a creare consenso, attenzione e condivisione e un seguito un po’ più folto. Nel frattempo non serve a niente e a nessun altro. È un giudizio disinformato, epidermico, senza tempo né respiro, senza profondità e senza scopo che non sia la legittimazione di sé e di chi lo porta. È un giudizio che molto difficilmente porterà con sé qualcosa di utile e costruttivo per chi è giudicato e che altrettanto facilmente avrà su di loro effetti negativi proporzionali alla sua risonanza e alla sua diffusione. È un giudizio incurante e irresponsabile: arriva veloce, dice quello che deve dire e se ne va ignaro delle sue conseguenze. Pensare che un giudizio del genere possa aiutarmi a migliorare la mia reputazione, a costruire consenso, a portarmi attenzione, condivisione e un seguito un po’ più folto mi fa morire di vergogna.

Le cose fatte male esistono, certo che sì. A volte è un problema sistemico, altre volte dietro ci sono ragioni su cui si può lavorare per provare a risolverle. Se vedo qualcosa di fatto male, sono in grado e mi interessa posso decidere di prendermi un po’ di tempo per capire e poi dare un riscontro e un consiglio informati. Altrimenti posso non fare niente di niente e andare semplicemente avanti con la mia giornata.

Ti va di iscriverti alla mia newsletter?

La mando il venerdì: quando riesco, nel migliore dei casi una volta la settimana. Ti mando un articolo tipo questo che hai appena letto, però direttamente per posta. Se vuoi prima di iscriverti puoi leggere le meravigliose recenzioni oppure l'archivio delle ultime newsletter.

Se ti iscrivi accetti le cose sulla privacy.