18 Maggio 2018

La perfezione non mi interessa

A volte vorrei che le cose che faccio fossero concluse, definitive, sistemate, perfette. Mi trovo spesso – fuori e dentro il lavoro – a desiderare di fare quello che devo fare una volta per tutte, dall’inizio alla fine in modo compiuto: quasi che così io non debba più occuparmene dopo. Mai più.

Arredare casa, sistemare l’ufficio, lavorare al sito di Guido: a volte mi piace pensare di mettermi lì e migliorare le cose col tempo, farle crescere un po’ per volta. A volte vorrei iniziare e finire: fare il lavoro perfetto una volta per tutte: e poi aver finito, e poi basta.

Se voglio posso decidere di essere lusinghiero con me stesso e parlare di tensione alla perfezione. Resta comunque il motivo per cui poi finisco per non fare, per rimandare, per restare immobile a desiderare. Se non posso iniziare e finire, se non posso fare il lavoro perfetto una volta per tutte e non dovermene occupare dopo mai più allora cosa inizio a fare?

Diciamo che questa cosa è tensione alla perfezione: in ogni caso non mi interessa, non so cosa farmene. Non è un merito, non è un ostacolo ostinato con cui fare i conti e da superare, non è cocciuta determinazione a dare il massimo. Pazienza se non è molto lusinghiero: la tensione alla perfezione mi frustra e mi immobilizza. Non vedo l’ora di riuscire a liberarmene.

Non so da dove venga, so che sono fatto così da sempre. Desidero le cose come dovrebbero essere, mi ritraggo dalle cose che potrebbero essere. Lo spettro con cui devo fare i conti ogni giorno si nasconde dietro questa frase: «una cosa o la faccio bene o non la faccio proprio». Ok, ma bene in che senso?

L’altro giorno giravo su Trello per sistemare un po’ di cose amministrative e del servizio clienti di Guido. A un certo punto ho trovato una domanda di Audra, la nostra assistente: è possibile regalare Guido? E la mia risposta: no, e probabilmente non si potrà prima del prossimo Black Friday, a fine novembre.

Ho sorriso tra me e me perché avevo appena finito di avvisare la nostra mailing list che finalmente Guido si poteva regalare. Per mesi mi sono convinto che farlo fosse una cosa lunghissima e complicatissima: non ce l’avrei assolutamente fatta prima di novembre – e comunque con grandi sforzi e solo perché era proprio il caso di arrivare pronti a Natale. Invece mi ci è voluta un’ora per fare un progetto con pennarelli e carta di recupero, un plugin premium di WooCommerce e due pomeriggi di sviluppo. Già che c’ero ho anche messo su i nuovi workshop in classe per gli abbonati di Guido, rifatto il layout del carrello e della pagina di checkout, migliorato la registrazione dei nuovi abbonati e semplificato il processo di pagamento.

Sono riuscito a farlo rapidamente perché questa volta ho avuto la forza di mettere a tacere la parte di me che usa la perfezione come leva per scusarsi e rimandare, che maschera con la tensione alla perfezione il desiderio di sottrarsi al giudizio. Di chi? Mio e degli altri. Ma in fondo di altri immaginari e immaginati:  quindi sempre e comune del mio.

Tra l’altro un giudizio che a scriverlo e rileggerlo perde potenza e potere, diventa immediatamente ridicolo. «Prima devo assolutamente fare un restyling globale del layout di tutto il sito, perché se poi qualcuno vede che ci sono parti un po’ diverse dalle altre cosa pensa?». «Prima devo assolutamente fare un refactoring di tutto il codice, perché se qualcuno ci guarda dentro e si accorge che non è tutto perfettamente documentato e coerente cosa pensa?». Ok Ivan: sì, certo, sicuro, come no.

Per uscirne fuori mi sono dato dei confini. Prima ho deciso a che punto avrei considerato quel pezzo di lavoro concluso, poi ho iniziato a fare quello che dovevo fare. Quando ho finito mi sono fermato, ho guardato il risultato e mi sono sentito soddisfatto. Come se stessi costruendo una casa, avessi finito di tirare su un muro, e fossi felice il giorno dopo di poter tornare per tirarne su un altro.

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