7 Settembre 2018

Tradire se stessi e la propria comunicazione, oppure no

1.

L’altro giorno ero con Cecilia dai nonni, fuori Torino. Le ho scattato una foto – questa – mentre mordeva una pesca, i capelli biondi lunghi e spettinati, il viso colorato dal sole e dalle punture delle zanzare – maledette. L’ho fatta vedere a Enrica, mi ha detto: questa è perfetta per Instagram. Le ho detto: l’ho messa nelle stories, non nel feed. Non c’entra niente con il lavoro che ho iniziato a fare con le foto. Di sicuro piacerebbe molto, ma non mi interessa attirare l’attenzione con un messaggio sbagliato. Enrica era d’accordo. Quella foto la riguardo ogni tanto, di Cecilia forse è la mia preferita.

2.

Ho iniziato a usare Instagram in modo intenzionale per parlare del mio lavoro alla fine dello scorso inverno: questa è quella che considero la prima foto di questo nuovo corso. Ogni tanto pubblicavo anche una foto di Cecilia, e ogni volta riscuoteva molto più successo di quelle che le stavano intorno: il doppio, il triplo.

Quello trascorso è stato un inverno difficile, con molte giornate passate a casa, a prederci cura di Cecilia ammalata o ad ammalarci noi. In un certo senso farlo aveva senso: raccontare di lei significava raccontare di me, del mio lavoro e del modo in cui diventare padre – senza darmela a gambe, s’intende – lo ha cambiato inevitabilmente.

Ma dentro e dietro e un po’ nascosto c’era anche altro: la soddisfazione che viene dall’immediato e facile consenso, attenzione e successo che ogni foto di Cecilia portava con sé: ogni volta un delizioso exploit per chi come me non ha mai dedicato alla sua comunicazione online la cura e la costanza che avrebbe meritato. Vedi? – diceva una parte di me. Anche senza costanza e direzione, anche se non parli per forza del tuo lavoro: un modo per farti notare c’è.

3.

Ne parlava l’altro giorno Enrica su Instagram: raccontare il nostro lavoro con costanza, coerenza ed efficacia è molto difficile. Le nostre giornate offrono meno spunti di quanti ce ne si potrebbe aspettare: non sono noiose, ma sono poco appariscenti. Per la maggior parte del tempo ci siamo noi due che scriviamo guardando lo schermo, oppure che parliamo, ci confrontiamo, decidiamo qualcosa. Anche quando giriamo video e scattiamo foto c’è molta più concentrazione e sudore – davvero: fari maledetti – che glamour.

Non abbiamo prodotti da fotografare, non siamo costantemente circondati da persone nuove e interessanti, non passiamo il tempo in posti esotici e pittoreschi. Vendiamo un prodotto che esiste solo online, in ufficio ci siamo noi e i quattro amatissimi resident di SpazioFigo, abitiamo a quindici minuti a piedi dall’ufficio e molta parte della nostra vita si svolge in un chilometro quadrato. Ma dobbiamo e vogliamo raccontare il nostro lavoro, anche se nella maggior parte dei casi da condividere abbiamo noi stessi, la nostra quotidianità e quello che impariamo lavorando – e comunque non tutto: soprattutto quello che può interessare al nostro pubblico, quello da cui può imparare a sua volta e in cui si può identificare.

Ci penso ora e mi accorgo di quanto questi molti limiti abbiano aiutato la nostra creatività a crescere. Fare il massimo con quello che c’è, costruire con i materiali che abbiamo a disposizione, usare i confini per liberarci, non per trovare scuse e lasciare perdere. Mi accorgo anche di quanto questa attitudine sia fondamentale per quello che facciamo e abbiamo fatto negli ultimi anni: lanciare Guido quando abbiamo avuto bisogno di scollegare tempo lavorato e soldi guadagnati perché Enrica era rimasta incinta; creare uno spazio di lavoro condiviso quando abbiamo avuto bisogno di rendere più economicamente sostenibile il costo di un ufficio fuori casa; decidere di crescere in modo lento e organico quando abbiamo sentito il bisogno di tutelare la nostra vita fuori dal lavoro. È un’attitudine ma è anche un’identità: un linguaggio comune che trascende il nostro lavoro e investe il resto della nostra vita – la nostra e quella di molti altri. Ah, tra l’altro, ecco: una cosa interessante di cui parlare.

4.

Rinunciare a questi limiti rende tutto immediatamente molto più facile e gratificante – almeno il doppio, il triplo: forse anche di più. Rinunciare a questi limiti per me significa anche tradire se stessi e la propria comunicazione.

Prima di tutto è una questione di chiarezza, fiducia e coerenza. Certo: ci sono temi più interessanti o interessanti per più persone, il marketing online per attività piccole o piccolissime interessa a pochi, il pubblico è necessariamente ristretto e selezionato, ottenere buoni risultati richiede impegno e fatica. E certo: le foto di Cecilia piacciono di più e a più persone – così come probabilmente piacerebbe di più e otterrei più attenzione e consenso se decidessi di raccontare con grande precisione i miei fatti privati, o di prendere posizione polemica e aggressiva contro qualcuno o qualcosa. Il materiale in entrambi i casi non manca e improvvisamente mi troverei al centro dell’attenzione di molti.

Ma io sto qui a fare e vendere formazione sul marketing online per attività piccole e piccolissime: questo e non altro. E questo e non altro devo e voglio raccontare per costruire con chi sceglie di seguirmi un rapporto aperto, trasparente, pragmaticamente sincero. Non attirare qualche centinaio di persone in più chiacchierando del tema del giorno o di fatti miei per poi ritrovare queste stesse persone spaesate, disinteressate e probabilmente pure un po’ incazzate nel momento in cui provo a vendergli qualcosa. La gratificazione immediata sul lungo periodo non regge quasi mai.

Poi è una questione di responsabilità, come dice molto bene Seth Godin in questo articolo:

Everyone owns a media company now. Even media companies. And with that ownership comes a choice, a choice about the people we serve, the words we use and the change we seek to make.

Posso provare a usare la mia comunicazione per dare un contributo utile, costruire un linguaggio comune e condividere quello che imparo sperando che torni utile a qualcun altro, oppure posso trasformarmi nel palinsesto del pomeriggio di Rai 2.

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